GONE BABY GONE
di Alessandra Cavisi
Boston, di nuovo lei, di nuovo i suoi quartieri malfamati e i suoi abitanti scalcinati. Ce l’aveva già raccontata Clint Eastwood con Mystic river, ci riprova Ben Affleck con Gone baby gone e ci dimostra di essere davvero abile dietro la macchina da presa. La voce narrante iniziale mostra l’attaccamento del regista (e di rimando anche di suo fratello) a quella città, a quelle strade, a quelle storie. Storie come quella raccontata nel film, scritta a quattro mani da Aaron Stockhart e Ben Affleck stesso, ma molto simile a quelle che si sentono nei tg tutti i giorni che non fanno altro che speculare e guadagnare su tragedie di qualsiasi genere, così come viene ampiamente mostrato nella pellicola che, pur essendo un thriller, non si risparmia di accusare certe verità della nostra società. Parte nel più classico dei modi questo esordio di Affleck alla regia, ma si snoda in maniera del tutto inaspettata, lasciandoci allibiti sia per lo svolgersi dei fatti sempre più intriganti e rivelatori di colpi di scena e di risoluzioni del giallo, sia per la profondità dei contenuti e delle riflessioni, non limitandosi a proporre lo scioglimento dei dubbi circa i colpevoli e le vittime, ma rimescolando le carte in tavola e lasciandoci decidere se i colpevoli sono davvero colpevoli e le vittime davvero vittime e soprattutto se è sempre giusto mantenere le proprie convinzioni o cercare di adeguarsi e aprire la propria mente a seconda delle situazioni.
E’ Patrick (un sorprendente Casey Affleck che sta dimostrando pellicola dopo pellicola la sua maturità di interprete intenso ed espressivo) il vero perno di questa pellicola. È nel suo personaggio che riscontriamo il tema della moralità, che è l’oggetto principale dell’attenzione del regista. Un ragazzo cresciuto nei quartieri malfamati di Boston, ma deciso a venirne fuori e aiutato nel suo intento dalla fede e dalla religione. Dio gli ha insegnato che per meritarsi il Paradiso, nonostante la difficoltà della vita che ti circonda di peccatori e malfattori, bisogna essere “agnelli in mezzo ai lupi”. Patrick impara la lezione e cerca di metterla in atto, facendo sempre la cosa giusta, almeno secondo le sue convinzioni, e rispettando la legge a tutti i costi, anche se magari la si è elusa per un bene superiore.
A ruotare attorno alla sua figura, numerosi personaggi rappresentanti di un’umanità descritta nel più pessimistico dei modi, anche se poi il finale aperto lascia ampio spazio alle elucubrazioni personali dipendenti dalla sensibilità e ricettività dello spettatore. Il più interessante di questi è sicuramente Helen, la mamma di Amanda (una straordinaria Amy Ryan, davvero molto intensa e struggente), una donna alla deriva della vita, che assume una quantità allucinante di droghe e frequenta locali e persone poco raccomandabili. A completare il quadro ci sono Angie (Michelle Monoghan) la fidanzata-collega di Patrick, donna molto forte e fragile allo stesso tempo; il poliziotto Jack Doyle (Morgan Freeman) che accetta riluttante la collaborazione dei due giovani detective e che poi si ritira una volta che il caso sembra essere chiuso in maniera negativa; e Remy Broussard (un incisivo Ed Harris) che sembra prendere a cuore la crescita e la formazione del giovane Patrick e che nasconde lati oscuri della propria persona e della propria vita.
Il regista getta il suo sguardo sull’umanità e le sue sfaccettature, ma anche sui rapporti tra genitori e figli e sulla società e i suoi prodotti, e lo fa in maniera del tutto oggettiva, lasciandoci lo spazio di riflettere e decidere per conto nostro sulla giustezza o meno di ciò che vediamo sullo schermo e delle decisioni che ciascun personaggio prende strada facendo. È giusto uccidere una persona perché è un pedofilo e ha ammazzato dei bambini? E’ giusto far tornare una bambina con una madre irresponsabile e tossicodipendente? È giusto denunciare una persona che ha eluso la legge per il bene di una bambina? E’ giusto anteporre i propri ideali al sentimento d’amore verso un’altra persona? Ben Affleck si pone e ci pone tutti questi interrogativi ai quali non è possibile dare una risposta assoluta o una soluzione universale. Tutto ciò dipende dalla nostra sensibilità, dalla nostra cultura, dalle nostre credenze, dal nostro background, dalla nostra moralità e da quanto questa sia più forte di tutto il resto. Per Patrick lo è, ed è per questo che il finale del ragazzo che guarda disilluso e deluso uno schermo televisivo è di una forza dirompente.
Ben Affleck ha dimostrato ottime doti non solo di sceneggiatore, ma anche di regista filmando alcune sequenze davvero memorabili, come quella dello scambio Amanda-denaro tra i detective e gli spacciatori (sequenza che viene poi rivisitata sotto vari punti di vista tramite alcuni flashback perfettamente costruiti) e quella molto particolare e intensa dell’irruzione di Patrick e Remy nella casa di alcuni delinquenti sospettati di aver rapito un altro bambino, inframmezzata da alcune dissolvenze in nero che descrivono alla perfezione il livello di disperazione e di angoscia del protagonista costretto a confrontarsi con una realtà con la quale non aveva fatto i conti.
Gone baby gone è un ottimo giallo-thriller che mescola azione a riflessione e che si caratterizza per qualità tecnica ed espositiva, che ci pone davanti ad uno specchio e ci costringe a confrontarci con noi stessi e con la nostra interiorità più profonda e imperscrutabile, ma sicuramente più viva e determinante che mai per la nostra esistenza e per il nostro rapporto con la realtà e col resto dell’umanità.
